Citazioni

Uno stato senza tempo
Quando parliamo di tempo, non ci riferiamo al tempo cronologico, al tempo misurato dall’orologio. Questo tempo deve esistere. Se volete prendere un autobus, se volete prendere il treno o arrivare all’appuntamento che avete fissato per domani, dovete servirvi del tempo cronologico. Ma psicologicamente esiste il domani? cioè, per la mente esiste il tempo? Esiste davvero un tempo psicologico? Oppure il domani psicologico e una creazione del pensiero, che si e inventato la possibilità di un cambiamento graduale perché si e reso conto di non poter cambiare immediatamente, direttamente?
Ora mi rendo conto che è tremendamente importante che avvenga una rivoluzione radicale nella mia vita di essere umano, nel mio modo di pensare, di sentire, di agire; e dico a me stesso: “Ci vorrà del tempo; domani, o forse tra un mese, sarò cambiato”. È di questo tempo che stiamo parlando, del tempo psicologico: noi viviamo pensando sempre al domani, al futuro; viviamo nel tempo psicologico. Questo tempo implica il passato, il presente e il futuro. Ieri ero così, domani sarò un’altra cosa. Alcuni anni fa ho fatto un’esperienza che ha lasciato un’impronta nella mia mente e ora guardo il presente basandomi su quell’esperienza, che è diventata conoscenza, tradizione, condizionamento. Così creo il domani, che è  il prodotto del mio condizionamento, e questo noi lo chiamiamo vivere. Prigionieri di un circolo vizioso, riteniamo che il tempo psicologico sia necessario. Il pensiero, che è voi, con i vostri ricordi, i vostri condizionamenti, le vostre idee, le vostre speranze, genera il tempo, che porta con sé la disperazione e la solitudine dell’esistenza…
È necessario indagare a fondo se la mente ha la possibilità di essere del tutto libera dall’esperienza, perché qualsiasi esperienza appartiene al tempo. Allora sarà possibile capire se esiste uno stato al di là del tempo, uno stato nel quale il tempo psicologico si è fermato.
Krishnamurti   (Lettura del 2 ottobre 2017 a Hokuzenko)

dividerVivere è la rivoluzione suprema
La mente è prigioniera di uno schema nel quale si muove e funziona. Questo schema, che racchiude l’esistenza stessa della mente, è fatto di passato e di futuro, di speranza e di disperazione, di confusione e di un ordine utopistico; oscilla continuamente tra quello che è stato e quello che dovrebbe essere. Sappiamo tutti come stanno le cose. E ora voi vorreste spezzare il vecchio schema per sostituirlo con uno nuovo, che non sarebbe altro che la modificazione del vecchio… Voi vorreste costruire un mondo nuovo. È impossibile. Naturalmente potrete ingannare voi stessi e gli altri, ma finché il vecchio schema non sarà completamente distrutto, non potrà esserci alcuna vera, profonda trasformazione. Illudetevi pure, ma voi non siete la speranza del mondo. Se vogliamo che ci sia ordine al posto di questo caos, è assolutamente necessario che qualsiasi schema della mente, nuovo o vecchio che sia, venga distrutto. Per questa ragione è essenziale capire come funziona la mente… È possibile che la mente non abbia schemi e sia libera da questa continua oscillazione del desiderio tra il passato e il futuro? Certamente è possibile. Significherebbe vivere ora, nel presente. Vivere davvero implica non avere speranza, non avere la minima preoccupazione del domani, il che non significa vivere nella disperazione o nell’indifferenza. Noi non viviamo; siamo semplicemente alle prese con la morte, col passato o col futuro. Vivere è la rivoluzione suprema. Per vivere non c’è bisogno di schemi; gli schemi appartengono alla morte: sono il passato e il futuro, quello che è stato o [‘utopia di quello che dovrebbe essere. Voi vivete nutrendo utopie, così invitate la morte, non la vita.
Krishnamurti   (Lettura del 25 settembre 2017 a Hokuzenko)

dividerZen è l’essenza dell’insegnamento del Buddha
In altre parole la Realtà senza forma, che è chiamata
la mente Buddha, la Vera Mente, la Natura Originaria.
Pertanto nello zen non c’è alcun credo o dogma
né definizioni né limitazioni.
Engaku Taino

dividerJunkei
Mille lauree.
Sono stato invitato a tenere una giornata di lezione teorico pratica in una scuola post universitaria di filosofia, dove, se facessi domanda di iscrizione non mi prenderebbero perchè non ho una laurea. è stato, a quanto mi hanno detto, un buon laboratorio. Questo non per dirmi bravo, ma per dire che non basta una laurea, o mille lauree e neppure una scuola come la nostra “Per dimorarare nella misteriosa e intrasmittibile via dei Buddha e dei Patriarchi”. La differenza la facciamo noi quando non c’è più questo noi, quando siamo capaci di dimenticarci di noi stessi. Sia che prendiamo lauree nelle migliori università del mondo, sia che prendiamo i titoli in una delle migliori scuole zen del mondo, come ritengo sia la nostra, rischiamo di rimanere superficiali se, come diceva Yamada Mumon, non riusciamo ad “accettare il mondo di chiunque come il nostro mondo e ogni esistenza come la nostra esistenza e mantenere affetto e senso di responsabilità infiniti per chiunque. Dotati di questo affetto e di questo senso di responsabilità, le nostre azioni saranno giuste e vere. Quando siamo risvegliati a questa soggettività siamo maestri e creatori del mondo”. Può sembrare qualcosa di sovrumano, di esagerato, ma siamo qui per lasciare emergere questa buddhità che già abbiamo e che, secondo le circostanze può voler dire anche lotttare. Nell’attenzione gli ostacoli diventano trasparenti, mezzi utili. Farci prendere dalla buddhità, anche se di tanto in tanto, è, dal mio punto di vista, il miglior modo di stare al mondo.
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Fraintendere
Di tanto in tanto nel sangha, come in tutte le comunità, si creano tensioni e conflitti. Sono eccellenti occasioni di pratica. Quando a Nisargadatta chiesero qual era, l’attività fondamentale della mente, Nisargadatta rispose: “Fraitendere”.
Alla base di molti conflitti ci sono fraintesi che diventano paura, con le conseguenti reazioni. Dovremmo approfittare di questi momenti di crisi per esaminare noi stessi, per cercare di vedere chiaramente attraverso i nostri atteggiamenti, e i nostri modi di trattare gli altri, compresi i pensieri. Yamada Mumon, in questa sesshin mi viene da citarlo, in un discorso, ricordava la città di Kobe che nel 1963, per migliorare i rapporti tra le persone suggerì un maggior uso delle parole “Grazie”, “Mi scusi” e “Per favore”. Quando ci accorgiamo di fraintendere, o perchè ce lo fanno notare, possiamo educarci a usare queste parole. Meditiamo tanto, superiamo tanti koan, eppure, queste parole così semplici, molte volte non riusciamo a dirle.
Mario Nanmon Fatibene, sesshin del solstizio d’estate, Torino 17 e 18 giugno 2017

dividerJunkei
Avrebbero arrestato Bodhidharma
L’altro giorno, mentre stavamo prendendo la metropolitana in Victoria place, mi hanno rubato il portafoglio. Più che per i pochi soldi mi è venuto un momento di sconforto per i documenti. Mi son ritrovato senza identità. L’identità stabilita per legge. Mentre ci organizzavamo per andare a fare le varie denunce, ho sentito un momento di leggerezza. Chi sono?
Per noi che ci muoviamo nei paesi europei è solo un fastidio perdere i documenti. Guardandomi intorno ho visto gli immigrati e ho pensato come, per molti di loro, la mancanza di documenti può essere una tragedia. Il mio disappunto è durato poco e mi è affiorato alla memoria il koan in cui l’imperatore Wu, massima autorità dell’epoca, chiede a Bodhidharma: “Chi mi sta di fronte?”, e Bodhidharma risponde: “Non lo so”. Adesso lo avrebbero arrestato in attesa di accertamenti. Questo koan critica la risposta di Bodhidharma e, di fatti, l’allievo deve darne un’altra. Questo è un koan che ci fa muovere dall’assoluto al relativo. Essere quel “Non lo so”, con chiarezza, ci dà la sicurezza di muoverci nel mondo con la libertà dei maestri, pur sapendo che se ci vanno i documenti ce li procuriamo e che siamo sulla stessa barca degli immigrati.
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La confusione è perfetta
Stamattina girando qui attorno ho visto le vetrine polverose di molti negozi chiusi e abbandonati, tossici seduti agli angoli delle strade e zingari che ti guardano come una preda. C’è desolazione, ma guardando in alto si vede il cielo nella luce dorata. In mezzo al traffico si sentono gli uccelli e sui muri di una casa fatiscente ci sono cascate di fiori. Desolazione, caos, bellezza e disperazione insieme. Un maestro del Trecento diceva: “Raggiungete l’illuminazione nella confusione”. Ci dice di abbandonare l’idea di un magico momento in cui saremo calmi, puri e con tutti i problemi risolti per poi fare l’illuminazione! L’illuminazione c’è già, noi anche. Andiamo bene così come siamo, dove siamo, qualunque cosa stiamo facendo. Camminare nella desolazione e riuscire a vedere bellezza. Camminare nel dolore e vederne la vuotezza; fare, impeccabili, ciò che va fatto. Alzare gli occhi e accorgerci dell’eternità dei fiori e delle foglie verdi che esplodono nel sole.
Mario Nanmon Fatibene Junkei della sesshin del 20 e 21 maggio 2017 ad Atene

dividerJunkei
Ricominciare dal vuoto
Una persona che conosco è caduta in depressione e in seguito a questo non riesce più ad andare al lavoro, in preda all’angoscia e alla paura. Mi ha chiesto di essere presente alla visita psichiatrica. Lo psichiatra le ha detto che il suo male era esistenziale e che le medicine erano per contenere l’ansia. Non ci sono medicine che possono curare il dolore e la paura esistenziale. Quando ci ammaliamo ci facciamo curare dai medici, ci aiutiamo con le medicine. Si può dire che nasciamo ammalati e anche quando non abbiamo malattie evidenti viviamo come malati. Se succede, a un certo punto della vita, di sentire che qualcosa non va, dovremmo seguire questa sensazione che ci spinge a essere luce a noi stessi per andare a vedere l’origine della sofferenza. Noi abbiamo trovato nel Budda storico e nel Budda che è in ognuno di noi il medico della sofferenza esistenziale. Disponiamo di un metodo e una scuola che ci insegnano a stare nella sofferenza, a indagarne l’origine, ad assorbirla e realizzare di essere liberi anche nella sofferenza. Mentre nella società ci insegnano la paura del vuoto, nella nostra scuola è un punto di arrivo e di partenza. Seduti, realizziamo la comprensione, andiamo alla radice della vita e della morte, la paura esistenziale scompare e siamo liberi, capaci, tutte le volte che occorre, di ricominciare dal vuoto.
Mario Nanmon Fatibene – Junkei del 23 aprile 2017 a S.Biagio Mondovì

dividerLa meditazione è la cessazione della parola. Il silenzio non è indotto da una parola, perché la parola è pensiero. L’azione che nasce dal silenzio è del tutto differente dall’azione che nasce dalla parola; la meditazione è la liberazione della mente da ogni simbolo, immagine e ricordo.
J. Krishnamurti
dividerSeduti senza fare niente
arriva la primavera.
L’erba cresce da sola
      Soiku Shigematsu

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La freccia di Daito Kokushi

Anche queste ore sono passate veloci, come velocemente passano i giorni della nostra vita. Il tempo passa come una freccia ci dice Daito Kokushi, “perciò non lasciate che la vostra mente sia disturbata dalle preoccupazioni terrene, attenzione, attenzione!” Le conosciamo bene queste parole. In questa stanza ci esercitiamo a far nascere quest’attenzione, a essere pronti a vedere le cose del mondo correlate a noi. Vedere con chiarezza dentro di noi vuol dire vedere con chiarezza fuori di noi, rendere trasparenti gli ostacoli che diventano le “preoccupazioni terrene” di cui parla Kokushi. Attenzione vuol dire affinare l’arte di essere e di “vedere con occhi con poca sabbia”, con gli occhi di tutti gli esseri, non autocentrati. In quest’arte del vedere può succedere che a tratti scompariamo come osservatori e rimane il puro osservare, la sabbia sugli occhi non c’è più, scompaiono il tempo e lo spazio ed eccoci nell’eternità anche se a bordo della freccia di Daito Kokushi.
Mario Nanmon Fatibene – Junkei del 18 marzo 2017 a Torino

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La globalizzazione della sofferenza
In Afghanistan una giovane madre ha dato alle fiamme la sua bambina. Mentre la vedeva bruciare diceva: “Sono felice di vederti bruciare così non farai una vita come la mia”. Poi si è suicidata. Esseri umani riducono in schiavitù altri esseri umani. Siamo violenti e questo è un fatto. Cercando con internet, notizie dal dolore, ne possiamo trovare tante tutti i giorni. La globalizzazione della sofferenza c’è sempre stata. Le sofferenze dal mondo ci colpiscono ma stiamo attenti a non trasformarle in un fuoco di paglia di emozioni e a perdere la capacità di vedere le sofferenze piccole e grandi intorno a noi, a cui possiamo arrivare allungando una mano o guardando con attenzione. Se queste sofferenze, oltre a vederle, ci permettiamo di sentirle, anche la giusta azione verrà da sè, senza sforzo, precetti e prescrizioni. I nostri occhi, quando ne sentiamo le radici nella pancia, diventano gli occhi dell’umanità, gli occhi chiari dei Buddha in grado di vedere e agire impeccabili nel mondo.
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L’attenzione del cuore
La sesshin è un laboratorio di trasformazione: l’autosservazione non reattiva, l’attenzione al respiro e i koan sono gli strumenti della nostra scuola. Risolvendo i koan, vediamo con chiarezza in profondità nella vita, nella realtà quotidiana, attraverso noi stessi, le esperienze e le relazioni. Riguardiamo i koan di tanto in tanto come fa il maestro Taino. Metabolizzando i koan, diventando uno con il respiro realizziamo l’integrazione con le cose così come sono. Con la pratica si approfondisce la sensibilità che già abbiamo e che diventa attenzione senza sforzo. Approfittiamo di queste preziose occasioni che sono le sesshin per far sì che questa sensibilità, quest’attenzione che arriva dal cuore, ci faccia accorgere dei momenti di illuminazione e ci faccia gustare, con la presenza, la vita di ogni istante, qualunque cosa possa succederci.
Mario Nanmon Fatibene – Junkei dell’ 11 e 12 marzo 2017 ad Atene

dividerProf. David Bohm
Il mio primo contatto con l’opera di Krishnamurti avvenne nel 1959, quando lessi il suo libro “La prima e ultima libertà”. A risvegliare il mio interesse fu in particolare il suo profondo insight sulla questione dell’osservatore e l’osservato. Tale questione era da tempo al centro del mio stesso lavoro come fisico teorico, interessato principalmente alla teoria dei quanti. In questa teoria, per la prima volta nello sviluppo della Fisica, l’idea che i due non possono essere separati era stata proposta come necessaria per la comprensione delle leggi fondamentali della materia in generale.
Per questa ragione e anche per il fatto che il libro conteneva altri profondi insight, sentii l’urgenza di parlare direttamente e personalmente con Krishnamurti il più presto possibile. Quando lo incontrai per la prima volta, durante una delle sue visite a Londra, fui colpito dalla grande facilità di comunicazione che si instaurò con lui, resa possibile dall’intensa energia con cui ascoltava e dalla mancanza di riserve e barriere autoprotettive con cui rispondeva a ciò che gli dicevo. Lavorando nel campo della scienza, mi sentii completamente a mio agio con questo suo modo di rapportarsi, perché era essenzialmente della stessa qualità che avevo riscontrato nel contatto con altri scienziati con i quali avevo avuto un grande affiatamento. Mi riferisco in modo particolare ad Einstein, che mostrò una simile intensità e mancanza di barriere in molte discussioni che avevo avuto con lui. Da quel momento in poi cominciai ad incontrare Krishnamurti con regolarità e a discutere con lui ogni volta che veniva a Londra.
[…] L’opera di Krishnamurti è permeata da quella che si può chiamare l’essenza dell’approccio scientifico nella sua forma più alta e pura. Egli parte da un fatto come la natura del processo del pensiero. Questo fatto viene stabilito da una rigorosa attenzione che richiede un ascolto intenso del processo della coscienza e una sua assidua osservazione. Così facendo si impara continuamente e da questo imparare scaturisce un insight sulla natura generale del processo del pensiero. Questo insight viene quindi verificato: dapprima si guarda se ha senso razionalmente e poi si guarda se ciò che ne scaturisce porta ordine e coerenza nell’insieme della vita. Krishnamurti sottolinea continuamente che egli non è in alcun modo un’autorità. Ha fatto certe scoperte e semplicemente fa del suo meglio per renderle accessibili a tutti quelli che sanno ascoltare. La sua opera non contiene nessuna dottrina né offre tecniche o metodi per ottenere una mente silenziosa; non mira a stabilire un nuovo sistema di credenza religiosa. Sta piuttosto ad ogni essere umano vedere se può scoprire da sé ciò su cui Krishnamurti richiama l’attenzione, e da lì procedere per conto proprio a fare nuove scoperte.
(Estratto da un articolo di D. Bohm del 1982)
dividerJunkei
In sondaggi fatti in alcuni Paesi, risulta che, la maggior parte degli intervistati vorrebbe un uomo forte al potere. Di tiranni e dittatori ne abbiamo avuti e ne abbiamo tanti, e alla fine sappiamo come va a finire. Qui, possiamo occuparci dei tiranni che abbiamo dentro. Veniamo da una scuola il cui fondatore poteva affermare: “Se vedi un Buddha per strada, uccidilo!”. Certo non si uccide nessuno; dal mio punto di vista, questa è un’affermazione di grande compassione, di riconoscimento della dignità e delle possibilità di ogni essere umano.
Rinzai ci dice di guardare dentro di noi per accorgerci di essere già dei Buddha; quando cerchiamo fuori di noi ecco che trasformiamo anche un Buddha in un tiranno. Non può esserci nessun Buddha e nessun tiranno, dentro e fuori di noi, senza il nostro consenso. Quando realizziamo questa comprensione, nell’intrico della nostra vita, nelle paure e negli attaccamenti che diventano i nostri tiranni e i nostri padroni, in un respiro siamo liberi. Durante il khinin fuori, abbiamo visto le stelle, sentito il mormorio del fiume e potevamo immedesimarci in queste cose, dalle finestre possiamo vedere le montagne sotto la luna, per diventare le montagne di tutto il mondo. Con uno sguardo, con un suono, tutto diventa semplice; finiscono le paure, le nostre responsabilità diventano la nostra libertà; gli altri siamo noi, come dice persino una canzone, e, in un momento, ci liberiamo e non abbiamo più bisogno dei tiranni dentro e fuori di noi, anche se hanno la nostra stessa faccia.
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Alcuni di voi stanno iniziando la pratica dei koan, può sembrare una pratica strana, quasi inimmaginabile per la nostra cultura. I koan sono stratagemmi, un metodo, che i maestri ci hanno messo a disposizione per aiutarci a fare chiarezza nelle contraddizioni e complicazioni della vita, per realizzare, quella saggezza nel quotidiano e nelle relazioni che può prendere la forma dell’impeccabilità, come dice sovente il maestro Taino. Affrontandoli, secondo me, man mano si rinforza una speciale attitudine a districarci dalle difficoltà, a non perderci d’animo e a sviluppare una profonda fiducia in noi stessi, nella vita, e, di conseguenza, negli altri. È come imparare un nuovo linguaggio, riuscire a vedere l’universo che siamo, qui, in questa stanza, dentro di noi e nelle persone che abbiamo di fronte. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere dei Buddha, per essere ciò che già siamo, è qui, ma non accontentiamoci delle parole e andiamo a scoprire da noi stessi quello che c’è da scoprire.
Mario Nanmon Fatibene – Junkei del 25 e 26 febbraio 2017 a San Biagio di Mondovì

dividerIl Buddha insegnò:
Non inseguite il passato
Non perdetevi nel futuro
Il passato non esiste più
Il futuro non esiste ancora.
Guardando in profondità la vita così com’è
Nell’esatto qui-e-ora
colui che pratica dimora nella stabilità e nella  libertà.
Dobbiamo essere diligenti oggi,
Aspettare domani è troppo tardi.
La morte arriva all’improvviso.
Come possiamo mercanteggiare con lei?
Saggio è chiamato chi sa
Come dimorare nella consapevolezza
Notte e giorno,
“uno che conosce il modo migliore per vivere da solo”.

The better way to live alone, in our appointment with  life
(Bhaddekaratta Sutta, Majjhima Nikaya 131)

dividerJunkei
Specialmente d’inverno, venire alle sesshin vuol dire affrontare il freddo, la neve, fatica e chilometri per mettere insieme i cuori, per fermarci a vedere dentro di noi. Facciamo qualcosa che è controcorrente. Il Buddha diceva che il suo insegnamento era controcorrente, anche la corrente di questo correre continuo da una cosa all’altra, la corrente dell’ansia di raggiungere ed essere attaccati sempre a qualcosa. La corrente continua del dolore. Quando, stando fermi, interrompiamo questo flusso ecco che compaiono i diecimila chilometri, le mille ore di zazen, il freddo e il caldo. Non rimane più nessuna traccia, non c’è più chi ha caldo e e chi ha freddo, chi calcola e chi misura. In un momento siamo la libertà, l’infinito, l’eternità, la sorgente fresca che scaturisce dal nulla di ogni istante e che in ogni istante siamo.
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Possiamo certamente dire che qui, in questo laboratorio di vita che è la sesshin, impariamo l’arte di vivere, di essere liberi da tutte le catene e i condizionamenti, quelli che nascono dentro di noi e attraverso i quali viviamo e vediamo il mondo, pensiamo e percepiamo. Se non andiamo a vedere fino in fondo al nostro cuore, non ci liberiamo di queste catene. Stiamo attenti, affiniamo quest’arte di saper stare di fronte ai fenomeni ad occhi aperti senza farci catturare dalle reazioni, di saper stare nelle sensazioni, nelle emozioni e percezioni e di saperle abbandonare, di lasciarle andare, di dimenticarne il nome, che è l’ultima barriera che ci separa dall’ essere una cosa sola con ciò che abbiamo davanti, dall’essere ciò che è, così da essere liberi di agire e vivere nell’unità trascendente e individuale, a nostro agio nel relativo sapendoci assoluto, nel potente spettacolo della vita.
Mario Nanmon Fatibene – Junkei del 28 e 29 gennaio 2017 a San BiagiodividerLo zen di questa stanza
Stanotte siamo rimasti in pochi. Domani arriveranno di nuovo gli altri.
Mi viene in mente un koan in cui si sente la bellezza e la forza di fare zazen da soli.
Quando sappiamo stare da soli fino in fondo, diventiamo la solitudine stessa, quando questo succede si squarcia un velo e scopriamo di essere, e di essere sempre stati, connessi con tutti gli esseri.
L’illusione di essere un io separato e isolato, scompare per sempre, assieme alla paura legata a quest’illusione, a questa allucinazione.
Nelle relazioni, nelle adunate di centinaia o migliaia di persone di fronte a famosi maestri o rock-star, possiamo illuderci di non essre soli. Copriamo solamente la sensazione di solitudine, ma non la risolviamo. La sensazione di solitudine, come altri problemi della vita, li sciogliamo solo affondandoci dentro ad occhi aperti come impariamo a fare in questa stanza, occhi aperti, illuminati dall’attenzione e dal silenzio, finchè improvvisamente ci ritroveremo liberi, padroni della nostra vita.
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Ogni volta che torno in Grecia, camminando per le strade, vedo che si allungano le file dei negozi chiusi. Locali abbandonati, vetrine polverose con sopra appiccicati grossi cartelli con scritto “Affittasi”, “Enichiatesi” la pronuncia greca, la parola della crisi.
Chissà quante storie di famiglie, di vita, ci sono dietro ognuna di quelle vetrine. Gente che perde il lavoro, la casa.
Non sappiamo bene in che direzione stiamo andando. Mentre cerchiamo di capire cosa sta succedendo nella società, nell’economia e nella politica, cerchiamo, con la stessa passione, di vedere con chiarezza dentro di noi. Ciò che è dentro di noi è fuori di noi.
Krishnamurti diceva che noi siamo il mondo.
Può sembrare esagerato, allora andiamo a vedercelo da noi stessi. Prendiamoci la libertà di metterci in discussione sempre, di vedere l’origine dei nostri pensieri, delle nostre parole, delle nostre azioni e di comprendere. Tutti noi abbiamo l’esperienza che una comprensione di un nostro aspetto, ha cambiato la nostra visione e percezione del mondo, quindi il mondo. Fare luce in noi stessi, essere luce a noi stessi vuol dire fare luce nel mondo. In questa stanza ci stiamo anche per questo
Mario Nanmon Fatibene – Junkei del 21 e 22 gennaio 2017 ad Atene

dividerLa nostra vita quotidiana, così come la conosciamo, fa parte del divenire. Sono povero e mi do da fare per diventare ricco. Sono brutto e voglio diventare bello. La mia vita è un processo nel quale è costante lo sforzo di diventare qualcosa. La volontà di essere comporta la volontà di diventare qualcosa, a vari livelli di coscienza, in situazioni diverse nelle quali provocazioni e reazioni vengono verbalizzate e ricordate. Ora, il divenire implica conflitto, implica dolore. E’ un sforzo costante per diventare qualcosa di diverso da quello che siamo.
Krishnamurti                       

dividerIl ruolo del koan è sottrarre all’allievo tutte le idee stabilite e tutta la conoscenza accumulata e guidarlo al limite e oltre. Poi dall’abisso della Grande Morte egli rinascerà nel nuovo mondo come uomo nuovo. Gli si aprirà una prospettiva interamente nuova. Lo Zen ha la profondità e la trasparenza che possono provocare il mutamento fondamentale della propria intera personalità nel regno in cui l’etica non ha ancora iniziato ad agire. Se non si afferra questo punto essenziale, una raccolta di koan diventa un libro di semplice speculazione sull’etica, e non è più un’autentica scrittura Zen. Questo non significa che l’etica e la morale siano inutili nello Zen: al contrario, l’etica dev’essere la conseguenza naturale della vita Zen. Quando si vive e si gode la vita Zen della non-mente le azioni etiche hanno origine spontaneamente.
Zenkei Shibayama

dividerStare di fronte ad un ciliegio in fiore
come di fronte all’abisso
per stare di fronte all’abisso
come davanti ad un ciliegio in fiore.
Andrea Loreni

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Lo zen di questa stanza

Stanotte siamo rimasti in pochi. Domani arriveranno di nuovo gli altri.
Mi viene in mente un koan in cui si sente la bellezza e la forza di fare zazen da soli.
Quando sappiamo stare da soli fino in fondo, diventiamo la solitudine stessa, quando questo succede si squarcia un velo e scopriamo di essere, e di essere sempre stati, connessi con tutti gli esseri.
L’illusione di essere un io separato e isolato, scompare per sempre, assieme alla paura legata a quest’illusione, a questa allucinazione.
Nelle relazioni, nelle adunate di centinaia o migliaia di persone di fronte a famosi maestri o rock-star, possiamo illuderci di non essre soli. Copriamo solamente la sensazione di solitudine, ma non la risolviamo. La sensazione di solitudine, come altri problemi della vita, li sciogliamo solo affondandoci dentro ad occhi aperti come impariamo a fare in questa stanza, occhi aperti, illuminati dall’attenzione e dal silenzio, finchè improvvisamente ci ritroveremo liberi, padroni della nostra vita.

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Ogni volta che torno in Grecia, camminando per le strade, vedo che si allungano le file dei negozi chiusi. Locali abbandonati, vetrine polverose con sopra appiccicati grossi cartelli con scritto “Affittasi”, “Enichiatesi” la pronuncia greca, la parola della crisi.
Chissà quante storie di famiglie, di vita, ci sono dietro ognuna di quelle vetrine. Gente che perde il lavoro, la casa.
Non sappiamo bene in che direzione stiamo andando. Mentre cerchiamo di capire cosa sta succedendo nella società, nell’economia e nella politica, cerchiamo, con la stessa passione, di vedere con chiarezza dentro di noi. Ciò che è dentro di noi è fuori di noi.
Krishnamurti diceva che noi siamo il mondo.
Può sembrare esagerato, allora ndiamo a vedercelo da noi stessi. Prendiamoci la libertà di metterci in discussione sempre, di vedere l’origine dei nostri pensieri, delle nostre parole, delle nostre azioni e di comprendere. Tutti noi abbiamo l’esperienza che una comprensione di un nostro aspetto, ha cambiato la nostra visione e percezione del mondo, quindi il mondo. Fare luce in noi stessi, essere luce a noi stessi vuol dire fare luce nel mondo. In questa stanza ci stiamo anche per questo

Mario Nanmon Fatibene – Junkei del 21 e 22 gennaio 2017 ad Atene

La vita umana si adegua alle circostanze. Non è necessario rifiutare l’attività né ricercare la pace, basta che facciate il vuoto dentro di voi rimanendo in armonia con l’esterno. Allora sarete in pace in mezzo alla frenesia del mondo.
Chan Yuan Wu  (1063-1135)

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I koan non sono studi nè materiali di ricerca. Ogni koan deve essere considerato come un dito puntato tanto sulla realtà della vostra  natura autentica quanto sulla realtà del mondo. Questo dito può compiere il proprio ruolo di indicatore se siete consapevoli che sta puntando dritto a voi.
Thich Nhat HanhdividerLe persone comuni schiave dell’attaccamento sono inconsapevoli e non sanno, proprio come i figli ciechi di un ricco che siedono in mezzo a una miniera di tesori, ma non li vedono, e quando si muovono si limitano a sbatterci contro, così vengono feriti dai tesori stessi.
Zhi Yi (538-597)dividerBuoni amici, come si possono paragonare meditazione e saggezza? Sono come la lampada e la luce che essa diffonde: se c’è una lampada, c’è la luce; se non c’è lampada, non c’è luce. La lampada è la sostanza della luce; la luce è la funzione della lampada. Quindi, sebbene abbiano due nomi, in sostanza non sono due cose, così come per la meditazione e la saggezza.
Hui Neng ( 638-716) da: Il sutra dell’altare del sesto patriarca

dividerL’insegnamento zen è come una finestra, all’inizio la guardiamo, e vediamo  soltanto il riflesso indistinto del nostro stesso volto, ma nel momento in cui impariamo, e la nostra visione si fa chiara, diventa chiaro e perfettamente trasparente anche l’insegnamento, quindi vediamo attraverso attraverso.Vediamo tutte le cose: il nostro stesso volto.
Stephen Mitchell ( da: Dropping Ashes on the Buddha)

divider copia1. Non aspirate ad avere una salute perfetta, perché in essa ci sono avidità e mancanza. Così disse un maestro: “Usate il dolore della malattia come una buona medicina”.
2. Non sperate in una vita senza problemi: un’esistenza facile porta a una mente giudicante e pigra. Così disse una volta un Antico: “Accettate le ansie e le difficoltà di questa vita”.
3. Non aspettatevi che la vostra pratica sia sempre senza ostacoli. Senza impedimenti, la mente che cerca l’illuminazione rischia di essere distrutta. Così disse una volta un Maestro: “Raggiungete la liberazione nella confusione”.
Maestro Zen Kyong Ho (1849-1912)

divider copia

 Lo Zen non è qualcosa che tende a distruggere, che tende ad eliminare le cose, tende invece a risvegliare il proprio cuore, in modo che la vista delle cose che ci circondano diventi bella, diventi meravigliosa, diventi nuova di volta in volta.
Perciò questo mondo in cui noi viviamo può diventare esso stesso il paradiso; perché ogni giorno, in questa scoperta della bellezza, in questa scoperta del nuovo, si riesce ad arrivare alla fine della vita nella bellezza. La meditazione si fa perché venga fuori la verità dal nostro cuore.
 Yamada Mumon, grande maestro Zen del secolo scorso e maestro dello stesso Tainodivider copiaIl beneficio principale dello Zen
  Il beneficio principale dello Zen, nel contesto dei normali alti e bassi della vita, non sta nell’impedire gli svantaggi e nel favorire i vantaggi, ma nell’indirizzare le persone verso la realtà fondamentale che non sottostà all’influenza degli alti e bassi.
Muso Kokushi   (13°secolo)

divider copiaEsortazione finale
Nella lettera scritta da un allievo qualche giorno fa, che pubblicherò in parte sul prossimo notiziario, a proposito dei gatti che sono sul prato davanti casa che vengono e vanno a loro piacimento, dice: “Probabilmente anch’io sono un gatto perché vengo per certi periodi e improvvisamente sparisco. Quando ritorno ci si saluta, o almeno sono accolto come se ci fossimo visti poco tempo prima, come se non fosse successo niente”. La vita dei padri e dei maestri ha fra i suoi scopi far crescere i figli e i discepoli affinché siano liberi e in grado di lasciare la casa. Come io mi presento da mia madre all’improvviso e dopo dieci minuti mi prepara una pastasciutta, senza chiedermi dove sono stato fino a quel momento pur non vedendoci da due mesi, si deve essere preparati agli altri che se ne vanno e tornano quando vogliono. Se non acquisissero questa libertà non sarebbero figli o allievi cresciuti bene.
Così in ciò che l’allievo vede come una negligenza nei confronti del maestro, c’è la dimostrazione che non ha ancora capito bene. In fatti non è ancora così sicuro di sé se ha bisogno di chiedere scusa perché non ha acquisito la capacità di muoversi liberamente. Cioè sapere da sé ciò che è bene fare per sé senza dimenticare l’educazione e la gratitudine. E si acquisisce soltanto quando si è maturi. Maturi significa saper agire da noi stessi, lasciando che agisca il vero uomo che ciascuno di noi è, capire di entrare e uscire liberamente dall’agglomerato di carne rossa che è il nostro corpo. Soltanto questo, solo di questo ci si deve preoccupare. Comportarsi educatamente ma liberamente.
I due comportamenti non si escludono l’un l’altro. Non è che siccome sono libero faccio come mi pare e mando a quel paese tutti quanti: non è affatto così. Raggiungere la completa libertà, rende gentili e premurosi nei riguardi degli altri, non è il contrario. Perciò se uno sente di comportarsi come i gatti, perché è il suo modo di agire, lo faccia. Se invece ci si sente più vicini ai comportamenti di altri animali, si adotti quell’altro modo. Non ci sono delle discriminazioni, non ci sono animali buoni e animali cattivi. Ognuno può essere quello che vuole basta scoprire da sé chi si è in realtà.
Engaku Taino   –  Sesshin  del  5/6  Maggio  2001

divider copiaEsortazione dopo Junkei
Su il Manifesto di qualche giorno fa, uno scrittore ha riferito di aver rinunciato a mangiare la carne da alcuni mesi. Inoltre per disinteresse e per resistenza, fa a meno dei prodotti che vengono pubblicizzati in televisione. Invita poi i suoi lettori a segnarsi tutti i prodotti che vengono pubblicizzati in televisione per evitare di acquistarli.
Fa piacere vedere che altri comprendono che l’essere umano deve impegnarsi nel lavoro di fare a meno. Il primo impegno del praticante buddista è riuscire a riconoscere l’anatta, cioè che non c’è alcuna essenza, non c’è alcun io, e perciò niente a cui attaccarsi. Il primo esercizio, nel primo istante in cui il praticante si siede sul cuscino, è concentrarsi sul respiro e far cadere i propri pensieri. Nessun altro lavoro è così fondamentale nello zen come il liberarsi da qualunque attaccamento, compreso l’attaccamento a sé.
Nella filosofia occidentale si fa risalire al io penso il fatto di essere. E cioè io penso dunque sono. Nello zen invece, si comincia a conoscere la propria vera essenza il momento in cui si riesce a non pensare.
Entrando nello zendo già si lascia fuori tutto ciò che si è portato dalla città. Sedendosi sul cuscino si deve lasciare tutto quello che ci si è portati dalla nascita fino a ritornare alla propria origine. Per arrivare all’origine c’è bisogno di staccarsi da tutto per vedersi completamente nudi. Quando si entra nella fontana si ha ancora tutto addosso. Invece, come dice Huineng, bisogna vedersi come si era prima che i genitori fossero nati. Ecco che parlando di non mangiare la carne e di boicottare la televisione, si richiama al praticante il proposito di riuscire non solo a eliminare alcuni prodotti superflui ma a eliminare tutto per sentirsi uno con il vuoto assoluto.
Engaku Taino   –  giovedi 16 agosto 2001

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Insieme nella  notte
fino alla luce 
della primavera

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Domenica scorsa eravamo seduti nel bar di Ferentillo. Mentre osservavo le foto degli arrampicatori appese sulle pareti, ho pensato di regalare al bar un poster che ho portato dal Giappone, pubblicato dal monastero Myoshinji. É la foto di una ragazza seduta a gambe incrociate sul cuscino e sotto è scritto in un respiro tremila mondi. Probabilmente chi frequenta Scaramuccia dovrebbe averlo, perché ne abbiamo fatte delle copie da vendere al tempio. In questa scuola, l’attenzione al respiro è il mezzo per entrare in uno stato in cui i pensieri cessano di interferire e si sperimenta una condizione di vuoto. Come viene anche detto durante il rilassamento alla fine delle lezioni di yoga dei nostri corsi, si diventa uno col grande respiro dell’universo, che è proprio quanto è scritto sotto la foto della ragazza che medita. È molto importante comprendere come il respiro possa essere anche tremila mondi, perché siamo normalmente portati a usare termini come: mia illuminazione, mio risveglio alla realtà, mia o propria natura di Buddha. Pur con tutte le attenuanti che possiamo avere nei confronti di una lingua che ha il possessivo, per indicare qualcosa al singolare non se ne può fare a meno, il praticante deve essere consapevole di ciò. È certo che io, come essere umano ho degli organi che mi permettono di far entrare e uscire l’aria dal mio corpo. Ma dicendo che in un respiro ci sono tremila mondi non mi riferisco all’aria che entra e a quella che esce, ma a ciò che questo ritmo così normale e naturale permette di realizzare: sono un respiro e nello stesso tempo sono tremila mondi. E così realizzare che sono natura di Buddha, ma non sono io a essere la natura di Buddha, l’assoluto o l’intero universo. Non si può dire la mia natura di Buddha, sebbene in alcuni casi, per farsi capire, s’è costretti a dire così per farsi capire con la lingua con cui si comunica.
Engaku Taino   –  discorso del 23 Settembre 2009

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