Lo Zen

zenconcyL’arte di praticare la realtà
Per definire lo zen bastano tre parole: “essere nella realtà” (dove la realtà è tutto ciò che è direttamente percepibile attraverso i cinque sensi).
Lo zen (termine giapponese derivato dal cinese “ch’an” e dal sanscrito “dhyana” che significano “meditazione”) nasce dall’esperienza del Buddha Shakyamuni che, 2500 anni fa, seduto nella postura di zazen, ha realizzato il completo “risveglio”.
L’illuminazione di cui si parla spesso è nello zen il “semplice risvegliarsi alla realtà”.
Alla base dello zen non c’è alcun testo dottrinale e alcuna spiegazione razionale. Si rimanda all’esperienza immediata e diretta dell’essere.
Lo zen non è una filosofia né una religione, ma pratica vera e propria: è arte di vivere.
La “via dello zen” si percorre su due piani:
–  il piano della pratica: la meditazione o zazen (da eseguirsi in tempi e modi definiti) in cui si impara e si sperimenta lo zen;
  il piano dell’atteggiamento: modo di vedere e di fare, che può essere rivolto a ogni evento della giornata (è il vero campo di applicazione).

Zazen
Zazen (letteralmente “meditazione seduta”) è il ritorno al “qui e ora”, la condizione normale del corpo e della mente, cioè la forma adulta della nostra vita.
Rimanendo immobili e in silenzio, seduti nella postura giusta (cioè stabile, eretta e priva di tensioni), si genera una respirazione calma, regolare, profonda e completa. Sorge così spontaneamente un corretto stato mentale: benevolo, quieto, aperto, presente, concentrato, separato dai contenuti del pensiero, libero dai giudizi e dalle elaborazioni concettuali.
Non bisogna sforzarsi di fare o non fare: basta sedere e non fare nulla.
Zazen non ha alcun fine da raggiungere: è solo un mezzo per trovare consapevolezza.
La posizione:
Il luogo in cui si pratica deve essere silenzioso e tranquillo. Sciogliere nodi e cinture e indossare abiti comodi. Sedersi a terra, poggiando parzialmente i glutei su un cuscino (lo “zafu”) alto circa 20 cm.
Le gambe sono incrociate, un piede appoggiato sulla coscia opposta verso l’inguine e con la pianta rivolta verso l’alto (“mezzo loto”). La zona lombare è leggermente spinta in avanti così che le ginocchia poggino sul pavimento. Il ventre è rilassato.
Raddrizzare la schiena, abbassare le spalle all’indietro (per aprire il torace).
Il mento è leggermente rientrato, alzando posteriormente la nuca, in modo da allungare la colonna vertebrale.
Distendere la mandibola. La bocca è chiusa, senza tensioni, la lingua va sul palato superiore (la punta sfiora la radice degli incisivi superiori). Accertarsi che le orecchie siano sullo stesso piano delle spalle e che il naso si trovi sulla verticale dell’ombellico. Con gli occhi aperti, fissare lo sguardo sul suolo a un metro circa.
Mani in grembo, con i palmi verso l’alto, la destra regge la sinistra, i pollici sono distesi e si sfiorano alle estremità.
Assunta la posizione, respirare profondamente con il naso per quattro o cinque volte. Oscillare il busto a destra e a sinistra, ritornando dolcemente nella posizione verticale. Quindi, non muoversi più (l’immobilità è molto importante).
Osservare il respiro e osservarsi respirare. Seguire il percorso dell’aria che entra: dal contatto con le narici, al palato, nella gola, nel petto e poi in senso contrario. Rendere il respiro più lento, ampio e profondo.
La postura diventa man mano più forte e stabile.
È importante sapere che ognuno deve adattare a suo modo, gradualmente, la posizione. Occorre evitare di forzare le resistenze del nostro corpo, ma prenderne nota, senza giudicarle o rifiutarle.
Spesso si ha la sensazione di doversi muovere: bisogna prenderne atto, osservare senza combattere, come se fosse la reazione di un altro.
Nel tempo, attraverso la pratica, le rigidità si scioglieranno e la posizione migliorerà.
Il pensiero:
Distrarsi è normale ed è sufficiente accorgersi della distrazione. Cioè, rendersi conto che la mente se ne va e richiamarla sul compito: respirare e tenere la posizione. È possibile farlo ripercorrendo tutti i punti del corpo, controllando che siano nella posizione giusta, e portare l’attenzione sul respiro.
Presto si impara che se non lo si alimenta, identificandocisi, il pensiero svanisce. Pian piano si arriva a essere “distaccati osservatori” del flusso dei pensiero: come si osserva l’acqua di un fiume che scorre o il volo di un uccello nel cielo.

Kinhin
Il Kinhin è una particolare modalità di camminata, utilizzata come tecnica per intervallare periodi di zazen (con il fine di sgranchirsi e far circolare il sangue). È una camminata lenta con attenzione al respiro.

Koan
Caratteristica specifica della scuola Rinzai è l’utilizzo dei koan congiuntamente alla pratica dello zazen.
Si tratta di brevi paradossi posti in forma di domanda, affermazione o dialogo. L’allievo è tenuto a rispondere verbalmente o con  un’azione: – può gridare, rappresentare, sussurrare. In tal modo il piano simbolico viene integrato con quello corporeo, percettivo-motorio, essenza della natura umana. I koan sono strumenti per oltrepassare la dualità del pensiero e risvegliare nell’allievo la capacità di essere nel relativo come nell’assoluto, in ogni istante della vita.

Sesshin
La sesshin è un ritiro spirituale “intensivo” (della durata di alcune ore o di pochi giorni o di una settimana) svolto periodicamente.

Sanzen
Durante le sesshin, attraverso un preciso rituale, l’allievo va a colloquio con il maestro per dare la risposta al koan.

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BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA

– Suzuki Shunryu Roshi, “Mente zen, mente di principiante“, Astrolabio Ubaldini, Roma 1976

– Uchiyama Kosho Roshi, La realtà dello zazen, Astrolabio Ubaldini, Roma 1976

– Taino Engaku, “L’illuminazione nella vita quotidiana“, Edizioni Mediterranee, Roma 1997

– Charlotte Joko Beck, “Niente di speciale. Vivere lo zen“, Astrolabio Ubaldini, Roma 1994

– Mumonkan: la porta senza porta (testo originale e commento del maestro Zen Zenkei Shibayama), Ubaldini, Roma 1977

– — La raccolta della roccia blu: cento casi dello zen modello di tutti i koan (traduzione del testo cinese Pi yen lu e commento a cura di T. e J. C. Cleary; prefazione di Taizan Maezumi Roshi), Ubaldini, Roma 1978

– AAVV, “Poesie zen“, Newton & Compton, Roma 1983 -1992

Cento haiku (a cura di Iarocci Irene), Longanesi, Milano 1982

– Haiku ( a cura di Arena V.L.) Rizzoli, Milano 1995

I seguenti testi del maestro Taino sono stati pubblicati in proprio e si possono richiedere al Bukkosan di Scaramuccia

1977 Le mani e i piedi del Buddha

1986 La raccolta di Linci

2001 Con gli scarponi e la corda legata in vita

2001 Tante domande nessuna risposta

Raccolte dei Teisho (1983-2001)

2002 Mondo

2005 Bokkusan roku – I koan di Scaramuccia

2005 Calmare la mente (trovarla…)

2007 La trippa ci sarebbe, mancano i gatti

2009 Mumonkan

2011 I mercoledì di Scaramuccia (2009-2010)

2011 I mercoledì di Scaramuccia (secondo volume 2010-2011)

2011 Zenshin roku – 96 koan del terzo millennio

2012 I mercoledì di Scaramuccia (terzo volume 2011-2012)

2013 Buddismo contemporaneo, Iacobelli editore

2014 I koan delle poesie, un maestro zen incontra i poeti

2014 I mercoledì di Scaramuccia (quarto volume 2012-2013)

2015 Lo Zen e l’arte di scalare le montagne

2016 I koan delle poesie – volume secondo

Raccolte dei Teisho (1983-2001)