Citazioni 2

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Dissonanze
Uno psicologo americano, Leon Festinger scoprì nel 1957 un aspetto del pensiero umano che chiamò dissonanza cognitiva. In sintesi l’incapacità di reggere aspetti contraddittori del pensiero e conseguente sofferenza. Se una cosa è A non può essere B, se sono buono non posso essere anche cattivo e così via. Dico questo perché, parlando della sofferenza, vedo che sovente viene dal nostro modo di pensare. Nella nostra scuola abbiamo dei koan dove dobbiamo dimostrare di essere sia A che B, sia un animale che un Budda, essere una cosa e anche l’opposto. Non è poco!
Questi koan ci insegnano ad accettare le contraddizioni in noi stessi e le contraddizioni della vita, a vederle come polarità, a integrarle con chiarezza e ad accettarle anche negli altri. Quando diventiamo l’autosservazione non reattiva come stiamo facendo qui, ci liberiamo dalle trappole del pensiero, sempre in agguato e ne vediamo con chiarezza il movimento assieme alle nostre reazioni.
Stiamo attenti, perché questa incapacità di pensiero dissonante, la possiamo vedere in azione in tante prese di posizione che non cambiano mai, in tanti pensieri che diventano pregiudizi, ideologia e violenza verso noi e gli altri, origine di grande sofferenza. Possiamo essere liberi nelle nostre contraddizioni e nelle contraddizioni del mondo per trasformarlo, proprio perché il mondo è perfetto così com’è, compresi noi, che vogliamo trasformarlo. 
Mario Nanmondivider

Lavorando senza sosta, alla fine rimangono la coscienza e il quesito del koan. Poi la coscienza si fonde con il koan e il koan con la coscienza, e non rimane niente. Questo stato di NON coscienza viene detto zanmai o assorbimento.                        Yamada Mumon

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L’intelligenza non è l’abile esposizione di un argomento, l’opporsi a contraddizioni o a opinioni diverse – come se attraverso il vaglio di queste si potesse trovare la verità, che è impossibile- ma è il comprendere che l’attività del pensiero, con le sue possibilità, le sue sottigliezze, la sua straordinaria e incessante attività, non è intelligenza.
Krishnamurti

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La meditazione è la mente che si libera dal conosciuto, e il conosciuto è il conflitto, l’infelicità e la confusione. La meditazione è la negazione assoluta di tutto ciò che la mente ha accumulato. Il conosciuto è l’osservatore, e l’osservatore vede solo attraverso il conosciuto. L’immagine appartiene al passato, e la meditazione è la fine del passato.
Krishnamurti.divider

Dopo alcuni mesi che non vi andavamo, ché c’era ancora tanta neve, questa mattina siamo saliti al Terminillo. Volevamo vedere la montagna e sentire l’aria della fine estate e inizio autunno. Io conosco il Terminillo soprattutto nella sua veste invernale, per alcuni anni ho fatto il maestro di sci e ogni anno  si va a scalare sulle pareti coperte di neve e ghiaccio. Vedendo la montagna così asciutta ho ricordato l’affermazione di Rinzai, spesso ripetuta da lui e qui a Scaramuccia: essere liberi di entrare e uscire dalle situazioni. Certo, le montagne non si muovono, stanno ferme e danno l’immagine dell’immutabilità. Invece, cambiano: d’inverno la neve, la primavera i fiori e l’autunno lo splendore delle foglie colorate. Semplicemente, senza nessuno sforzo, assumono tanti diversi aspetti. Non sono certo io a scoprirlo: se ne accorge chiunque frequenta i boschi e le montagne. Ma non tutti riescono a realizzare la libertà che permette di uscire ed entrare nelle situazioni. Certo, appena arriva la stagione fredda s’indossano vestiti più pesanti, si chiudono le finestre, si bevono bevande calde invece che ghiacciate e senza pensarci entreremo anche noi in un’altra condizione. Però, a vedere bene, così come le montagne sono sempre uguali, siamo sempre gli stessi pure noi. Allora, così come si osserva nella montagna, anche nel nostro invecchiare c’è l’essenza che non cambia, che a ognuno di noi fa decidere cosa indossare o non indossare, in senso metaforico o reale, a seconda delle situazioni. La scoperta del sé, o del vero uomo di Rinzai, rende liberi di muoversi nella maniera appropriata. Alle montagne ci vuole poco per essere libere, nessuno le può cambiare, nemmeno gli esseri umani che costruiscono case, funivie, alberghi e rifugi. Aspettando, e le montagne sanno aspettare, tutto decadrà e sparirà. Così è per tutte le sovrastrutture che ognuno di noi s’è messo addosso. Il momento in cui si riesce a liberarsi del superfluo e ad entrare nella realtà, si ha l’esperienza della completa libertà.
Taino 9 Settembre 2009

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Domanda: E i tuoi studenti non ti raccontano i loro fatti personali?
Jack Kornfield: Talvolta è necessario raccontare qualcosa a un’altra persona per accettarlo o liberarsi di esso. Ma di solito qualche accenno è sufficiente; non occorre tirare fuori tutto il nostro passato. Qualcuno può dire che le persone soffrono a causa del loro passato, e ogni tanto passiamo un po’ di tempo a chiedere, beh, quali sono le loro convinzioni, paure, ricordi e immagini. Ma lavoriamo sempre con la domanda fondamentale: “questo è ciò che sei realmente?” Il nostro scopo non è risolvere situazioni o ricordare il passato per rielaborarlo. Il vero lavoro interiore [nella meditazione] consiste nello sperimentare la contrazione della paura, in questo istante, scoprendo che questa non è la nostra vera natura, non è ciò che siamo. Conoscere ciò che è successo non lo risolve. Quello che crea libertà è affrontare la radice della sofferenza e l’identità costruita intorno a essa, andando direttamente al suo centro fino a raggiungere il vuoto. E una buona psicoterapia deve fare la stessa cosa della pratica del dharma, perché è così che accade la liberazione.
Jack Kornfield – è stato monaco buddista in Thailandia, Birmania e India. Dopo il diploma in Studi Orientalistici al Dartmouth College si è arruolato nei Corpi di Pace; in seguito si è laureato in psicologia clinica ed è diventato terapista. Nel 1975 è stato il cofondatore della Insight Meditation Society, con sede a Barre, nel Massachusetts, e nel 1986 ha fondato lo Spirit Rock Meditation Center di Woodacre, in California.. (Brano tratto da un’intervista del 4 agosto 2011)
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L’insegnante di meditazione Larry Rosenberg praticava in Corea con il maestro zen Seung Sahn. Una volta, fece un pellegrinaggio verso altri templi e maestri; in una strada remota si imbatté in un tempio buddista, o stupa, particolarmente elegante, ai piedi di una montagna. Accanto c’era un segnale indicatore che diceva: “Per il Buddha più bello di tutta la Corea”, con una freccia che indicava un sentiero che si inerpicava sulla montagna attraverso migliaia di gradini. Larry decise di salire, un gradino dopo l’altro, fino alla cima. Lassù, la vista toglieva il fiato in ogni direzione. La semplice pagoda zen era pari per eleganza a quella sottostante. Ma al posto del Buddha, sull’altare non c’era niente, solo uno spazio vuoto e la splendida vista sulle verdi colline sottostanti. Avvicinandosi, vide accanto all’altare vuoto una targa con scritto: “Se non riesci a vedere il Buddha qui, è meglio che torni giù e pratichi un po’ di più”.
Brano dal libro: After the Ecstasy, The Laundry (Dopo l’estasi, la lavanderia, 2001) di Jack Kornfield.

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La meditazione è dura. Esige la più alta forma di disciplina – non conformismo, non imitazione, non obbedienza, ma una disciplina che passa dentro la costante consapevolezza delle cose fuori di te e delle cose dentro di te. Così la meditazione non è l’attività dell’isolamento, ma l’azione nella vita quotidiana che esige cooperazione, sensibilità e intelligenza. Una vita retta non è l’obbedienza alla morale sociale, ma la libertà dall’invidia, dalla cupidigia e dalla ricerca del potere, che generano l’inimicizia. La libertà da questi mali non passa attraverso l’attività della volontà, ma attraverso la consapevolezza che di essi, si acquista mediante l’autoconoscenza. Senza conoscere le attività del sé la meditazione diventa esaltazione dei sensi e perde ogni significato.
Krishnamurti.divider

Mindfulness-Meditazione e modificazioni cerebrali_Bianchi

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