Intuizione e satori

Un monaco chiese a Joshu di essere istruito nello zen, il maestro gli domandò: “hai già fatto colazione o no?”, “si maestro, ho fatto colazione” rispose il monaco. “Allora va a lavare la tua ciotola”, rispose il maestro. Il monaco ebbe un’intuizione, un risveglio, un satori.

I Maestri zen, usano ciò che hanno a portata di mano per far spostare l’allievo dalla trance concettuale e dal flusso dei pensieri alla realtà così come è in quell’istante. Joshu mostra al monaco che è separato da ciò che sta facendo, lo zen è lì in ogni gesto del quotidiano. Quando siamo Uno con ciò che stiamo facendo, non separati, eccoci nell’azione illuminata. Gli artisti sono Uno quando creano, ma finito il momento creativo tornano nell’ordinario. Nell’addestramento zen si può imparare a stare in questo stato in ogni momento delle vita. Ma se l’arte implica un continuo addestramento, tanto più lo richiede l’addestramento zen la cui arte è la vita stessa. Nell’addestramento zen, niente viene lasciato al caso, anzi, anche il caso, l’inaspettato, diventano maestri, occasioni importanti per auto-osservarci e comprendere veramente a che punto siamo. Tutti noi sporadicamente, abbiamo intuizioni e giuste visioni della realtà così com’è. Nello zen impariamo a riconoscerle e ad esserne consapevoli, in ogni momento della nostra vita.

Sperimentiamo con lo zazen (meditazione seduta) e con i koan, che sono una sorta di enigma che il maestro, durante il colloquio individuale, assegna ai suoi allievi dopo ore o giorni passati in zazen. Molti koan non hanno una risposta logica o intellettuale. Il punto è che la risposta arriva da sé, quando la mente smette di elaborare ragionare, ricercare e si avverte come un blackout mentale, un agire senza agire che possiamo paragonare al diaframma di una macchina fotografica, che si apre, coglie l’immagine e la “congela ” in un tempo brevissimo, in quell’attimo, l’osservatore e l’osservato sono “Uno”, e senza spazio-tempo. Questo momento viene anche detto kensho o satori, fissato ma non richiamato a proprio piacimento, non ci appartiene, perché attiene all’assoluto di cui siamo parte, ma non ne abbiamo possesso né possibilità di richiamarlo. Ecco, la pratica dello Zen allena, per cosi dire, il praticante a non identificarsi con i pensieri, un “allenamento” al vuoto a passare dal relativo, all’assoluto, e dall’assoluto al relativo. Tale esperienza di un nuovo punto di comprensione o consapevolezza che il Buddha Śakyamuni e molti altri maestri realizzarono e realizzano viene chiamato, in Giappone, satori. È una esperienza definibile come una penetrazione intuitiva della natura delle cose, in opposizione alla comprensione analitica e logica di esse.

Il satori investe tutta la vita, anche se non presente in modo continuo ma solo sporadicamente e mai ricercato. L’attaccamento al satori vuol dire perdere il satori. Sfuggirà sempre. Il satori avviene da sé, la pratica ci predispone a coglierlo. Abbandonare ogni idea di ottenimento attraverso la pratica meditativa è fondamentale. Affermazione che può scoraggiare, ma lo Zen è di per sé scoraggiante, non regala nulla, non dà appigli, non fa scoprire nulla che già non sia dentro ogni individuo, si tratta però di indagare per fare emergere la propria reale natura eliminando ogni pensiero sull’idea di cosa sia la Via dello Zen. L’indefinibilità fa di esso il suo punto di forza, quando tutto cade, dal mentale al fisico si accede alla porta senza porta (mumonkan).Sedere in silenzio in zazen è solo un aspetto della ricerca del sé, si può praticare la consapevolezza ogni attimo e in ogni gesto che compiamo. Per citare D.T. Suzuki, senza il raggiungimento del satori nessuno può entrare nella verità dello Zen e viceversa.

Satori è l’improvviso lampeggiare nella coscienza di una nuova verità inimmaginabile fino a quel momento. È una sorta di catastrofe mentale che avviene tutta in una volta, dopo un lungo accumulo di questioni intellettuali e dimostrative. L’accumulo ha raggiunto un limite di stabilità, e l’intero edificio è precipitato al suolo, quando, ecco, un nuovo cielo si è aperto ad una totale visione. Quando il punto di congelamento è raggiunto, l’acqua si trasforma improvvisamente in ghiaccio; il liquido improvvisamente si trasforma in un corpo solido e non fluisce più liberamente. Il satori si abbatte sull’uomo all’improvviso, quando egli sente che ha esaurito tutto il suo intero essere. Religiosamente, si tratta di una nuova nascita; intellettualmente, è l’acquisizione di un nuovo punto di vista. Il mondo, adesso, appare come se fosse vestito di un nuovo abito, che sembra ricoprire tutte la bruttezza del dualismo, e che, nella fraseologia buddhista, si chiama ‘illusione’. Il satori è dunque una forma di percezione, una percezione interiore, che ha luogo nella parte più interna della coscienza. Il maestro Zen avvia l’allievo alla propria scoperta della natura originaria, lo stuzzica, lo sprona, lo percuote, lo provoca e lo mette di fronte ai limiti mentali per oltrepassarli in un lampo di luce, quello è l’attimo senza confini dove non c’è né l’allievo né il maestro, ma solo la dissolvenza dell’io nel vuoto, nel tutto. Quando la mente è stata così addestrata da essere in grado di realizzare uno stato di vuoto perfetto in cui non vi rimane nemmeno una traccia di coscienza, essendosi eliminata perfino la sensazione di essere inconscio, allora può accadere l’imponderabile, il risveglio, il Satori. Lo Zen è la vostra mente di tutti i giorni, l’ordinario di cui vediamo lo svolgersi, tutto dipende da come entriamo e usciamo nelle situazioni della vita. Come attori consumati recitiamo il copione alla perfezione sapendo come muoverci e parlare, il soggetto, consapevole, si manifesta nel risveglio. Il maestro è colui che ci indica la Via, poi sta a noi far seguire un passo all’altro e camminare impeccabili nell’esistenza. Qualunque cosa accada come dice un famoso koan, “Ogni giorno è un buon giorno”.

Concy Kootei  Schiavo

 

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